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IL DELITTO MORO

"Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo"

L'Italia del 1978

Tra crisi economica e instabilità politica l'Italia vive momenti difficili e pieni di incertezza.

il nuovo governo Andreotti, monocolore Dc, riceverà l’appoggio esterno del Partito comunista. E’ la prima volta dal 1947.  Tutto intorno, il Paese è inquieto. Tante sigle terroristiche, tanti omicidi politici. Siamo in piena crisi economica internazionale, è austerity, l’inflazione (nel ‘78 è al 12,1%), Il tasso di disoccupazione è del 6,6% (era del 6,4 nel 1977, sarà del 6,9 nel 1979). Un litro di latte costa quasi 400 lire, il pane 523 lire al Kg, un chilo di pasta 600 lire. Al cinema, dove un biglietto costa tra le 1000 e le 2500 lire, gli italiani vedono fantascienza e film d’autore. E in tv spopolano Raffaella Carrà ed Enzo Tortora.
  1. 28 febbraio 1978 Il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro compie il suo ultimo discorso pubblico ai gruppi parlamentari della Dc per convincerli dell'accordo con i comunisti.
  2. 11 marzo 1978 Si costituisce il IV governo Andreotti. Un monocolore Dc con l’appoggio esterno di Psi, Psdi, Pri e Pci.
  3. 16 marzo 1978 Aldo Moro viene rapito a Roma, in via Fani, poco dopo le 9. Il governo Andreotti IV riceve la fiducia della Camera e del Senato.

CRONACA DI UN DELITTO

I 55 giorni più lunghi della Repubblica che hanno tenuto con il fiato sospeso un'intero popolo

L'agguato

Alle 8.55 del 16 marzo Aldo Moro, insieme alla scorta, parte da casa. Sette minuti dopo, l'agguato tra via Fani e via Stresa. Quattro agenti della scorta muoiono subito, un quinto poco dopo, in ospedale. Intorno al cadavere di Raffaele Iozzino restano 93 bossoli. Inizia così il sequestro. I brigatisti in fuga con l'ostaggio riescono ad attraversare la città e cambiano auto ben due volte prima di portare l'allora presidente della Democrazia Cristiana nell'appartamento usato come prigione.

La tecnica utilizzata per l'agguato fu quella denominata "a cancelletto", utilizzata in precedenza anche dall'organizzazione terroristica tedesca RAF. La tecnica prevedeva di intercettare una colonna di automobili attraverso il blocco di quella di testa, immobilizzando poi la colonna bloccando l'auto di coda.
La colonna con Aldo Moro era composta da due auto: quella su cui viaggiava l'uomo politico e quella di scorta, che lo seguiva. Il piano venne attuato da 11 persone (come emerse dalle indagini giudiziarie, ma il numero e l'identità dei reali partecipanti è stato messo più volte in dubbio ed anche le confessioni dei brigatisti sono state contraddittorie su alcuni punti).
Le fasi dell'agguato
Alle 8:45 i componenti del nucleo armato brigatista, di cui i quattro incaricati di sparare indossavano uniformi da avieri civili (uniformi Alitalia), si disposero all'estremità di via Mario Fani, una stretta strada in discesa nel quartiere Trionfale, all'incrocio con via Stresa. Mario Moretti, componente del Comitato Esecutivo delle Brigate Rosse e principale dirigente della colonna romana, si appostò nella parte alta della strada, sul lato destro, alla guida di una Fiat 128 con targa falsa del Corpo diplomatico. Davanti alla macchina di Moretti si posizionò un'altra Fiat 128 con a bordo Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. Entrambe le auto erano rivolte in direzione dell'incrocio.
Sul lato opposto venne parcheggiata una terza Fiat 128, alla cui guida vi era Barbara Balzerani, rivolta invece verso via Stresa, nella direzione di provenienza dell'auto di Moro. A qualche metro dall'incrocio con via Fani, lungo via Stresa, era posizionata la quarta e ultima auto, una Fiat 132 blu guidata da Bruno Seghetti. Il gruppo di fuoco, composto da quattro brigatisti, era appostato dietro le siepi di un locale, il bar "Olivetti", chiuso per lavori, ubicato sull'angolo dell'incrocio.
Moro uscì dalla sua casa, in viale del Forte Trionfale, poco prima delle 9:00, salendo su di una Fiat 130 blu, alla cui guida vi era l'appuntato Domenico Ricci e, seduto accanto a lui, il maresciallo Oreste Leonardi, capo scorta, considerato la guardia del corpo più fidata. La 130 era seguita da un'Alfetta bianca, con a bordo gli altri uomini che componevano la scorta: il vice brigadiere Francesco Zizzi e gli agenti di polizia Giulio Rivera e Raffaele Iozzino.
L'agguato scattò non appena il convoglio su cui viaggiava Moro imboccò via Fani dall'alto, dirigendosi verso il basso e fu Rita Algranati a segnalare l'arrivo delle due auto, con un mazzo di fiori.
La macchina di Moretti si mise davanti all'auto di Moro e, giunta all'incrocio, si arrestò di colpo in mezzo alla strada; rimane non chiaro se la Fiat 128 CD avesse i segnali di frenata disattivati. La 130 con all'interno Aldo Moro si fermò dietro all'auto di Moretti, trovandosi bloccata dall'Alfetta della scorta, che la stava seguendo a breve distanza. La macchina di Moro e quella della scorta furono quindi intrappolate dalla 128 di Lojacono e Casimirri, che si mise di traverso dietro l'auto della scorta di Moro.
A questo punto entrò in azione il gruppo di fuoco: da dietro le siepi sbucarono quattro uomini vestiti con uniformi del personale Alitalia sparando con pistole mitragliatrici. Dalle indagini giudiziarie questi vennero identificati in: Valerio Morucci, esponente molto noto dell'estremismo romano ritenuto un esperto di armi, Raffaele Fiore, proveniente dalla colonna brigatista di Torino, Prospero Gallinari, clandestino e ricercato dopo essere evaso nel 1977 dal carcere di Treviso, e Franco Bonisoli, proveniente dalla colonna di Milano. Erano tutti e quattro militanti fortemente determinati e già provati in precedenti azioni di fuoco. L'azione si ispirò a un'analoga tecnica della RAF, i terroristi di estrema sinistra tedesca.
I quattro brigatisti, travestiti da assistenti di volo, si portarono molto vicini alle due auto ferme allo stop; Morucci e Fiore sparano contro la Fiat 130 con Moro a bordo mentre Gallinari e Bonisoli aprirono il fuoco contro l'Alfetta di scorta. Secondo le ricostruzioni dei brigatisti, tutti e quattro i mitra si sarebbero successivamente inceppati: Morucci riuscì ad eliminare subito il maresciallo Leonardi ma poi si trovò in difficoltà con il suo mitra, l'arma di Fiore invece si sarebbe inceppata subito e quindi l'appuntato Ricci inizialmente sopravvisse e poté tentare varie disperate manovre per svincolare l'auto dalla trappola; una Mini Minor parcheggiata sulla destra della strada intralciò ulteriormente ogni movimento. In pochi secondi Valerio Morucci risolse i problemi con la sua arma e ritornò vicino alla Fiat 130 uccidendo con una raffica anche l'autista di Moro.
Contemporaneamente Gallinari e Bonisoli spararono contro gli uomini della scorta sull'Alfetta: Rivera e Zizzi furono subito mortalmente feriti ma Iozzino, relativamente riparato sul sedile posteriore destro, poté uscire dall'auto e rispondere al fuoco con la sua pistola favorito anche dall'inceppamento dei mitra dei due brigatisti. In breve Gallinari e Bonisoli impugnarono le loro pistole e anche l'ultimo agente fu ucciso e cadde a terra sulla strada.
Subito dopo lo scontro a fuoco, Raffaele Fiore fece uscire Aldo Moro dalla Fiat 130 e, aiutato da Mario Moretti, lo fece entrare nella Fiat 132 blu che Bruno Seghetti aveva avvicinato allo stop; subito dopo i due brigatisti salirono a bordo e l'auto si allontanò lungo via Stresa subito seguita dalla 128 bianca di Casimirri e Lojacono su cui era salito anche Gallinari. Infine Valerio Morucci raccolse dalla Fiat 130 due delle borse di Moro e passò alla guida della Fiat 128 blu che si mosse, con a bordo anche la Balzerani e Bonisoli, dietro le altre due auto. L'azione era durata appena tre minuti, dalle ore 09.02 alle ore 09.05.

Mobirise

Agenti della scorta uccisi nell'agguato:
Domenico Ricci 43 anni
Oreste Leonardi 52 anni
Giulio Rivera 24 anni
Francesco Zizzi 30 anni
Raffaele Iozzino 25 anni

18 MARZO
Le Br diffondono il Comunicato n.1 e la prima foto di Moro prigioniero.

19 MARZO
Papa Paolo VI lancia il primo appello per la liberazione di Moro

23 MARZO
Il ministro dell’Interno Francesco Cossiga assume il ruolo di coordinatore di tutte le forze di Polizia. Il Pci comunica la sua posizione ufficiale: opposizione a ogni trattativa tra Stato e Br.

La prigione

Dopo il rapimento, stando ai racconti dei brigatisti, Moro viene portato in via Montalcini. La sua cella è un vano costruito all’interno di un appartamento che dall’esterno non deve destare sospetti.

Mobirise

25 MARZO
Le Br fanno trovare in varie città il Comunicato n.2: “è in corso l’interrogatorio di Aldo Moro”

29 MARZO
Prime lettere di Moro: alla moglie Eleonora, al collaboratore Nicola Rana, al ministro dell'Interno Francesco Cossiga. Comunicato n.3 delle Br.
Le Br cominciano il “processo” al prigioniero nella cella di via Montalcini. E Moro scrive le prime tre lettere dalla prigionia (sono in tutto 97 quelle conosciute).
“Io mi trovo – scrive Moro al ministro degli Interni Francesco Cossiga – sotto un dominio pieno e incontrollato, sottoposto ad un processo popolare che può essere opportunamente graduato, con il rischio di essere indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa”. Propone subito il tema della trattativa, dello scambio di ostaggi, come unica via d’uscita. Una lettera che Moro voleva mantenere riservata ma che i brigatisti diffondono, come racconta Adriana Faranda.

30 MARZO
La Dc sceglie ufficialmente la linea della fermezza: nessuna trattativa.

2 APRILE
Durante una cena in provincia di Bologna un gruppo di amici (tra i quali Romano Prodi) fa una seduta spiritica dalla quale emergere la “rivelazione” che Moro sarebbe prigioniero a “Gradoli”. Secondo appello di Paolo VI durante l’Angelus.

4 APRILE
Comunicato n.4 delle Br con la “Risoluzione della direzione strategica delle Br” e nuova lettera di Moro al segretario della Dc Benigno Zaccagnini.

5 APRILE
Lettera di Moro alla moglie: le spiega come adoperarsi per uno scambio di detenuti.

6 APRILE
La famiglia Moro si dissocia dalla linea della fermezza adottata dalla Dc.

La polemica con la DC

Mobirise

Aldo Moro scrive al segretario della Democrazia Cristiana Benigno Zaccagnini e con maggior forza propone uno scambio di ostaggi con i brigatisti. Si alzano i toni mentre continuano le indagini. Il mondo politico cerca di rispondere alla sfida Br ma tutto rimane misterioso, a partire dal luogo dove Moro è tenuto prigioniero. A dare un’indicazione arriva persino una seduta spiritica: spunta il nome di “Gradoli”. 

10 APRILE
Comunicato n. 5 delle Br.

15 APRILE
Comunicato n. 6: Moro viene condannato a morte.

17 APRILE
Si allarga il fronte per la trattativa. Iniziative di molti intellettuali, Amnesty International. Primo appello del segretario generale dell’Onu Kurt Waldheim..

La condanna a morte

L'Italia si divide tra le ragioni della fermezza e quelle della trattativa con i terroristi che tengono prigioniero Aldo Moro. "Vivevo un'angoscia comune a tanti, sapevamo uscendo la mattina che poteva toccare anche a noi" ricorda Giorgio Napolitano, nel '78 membro della segreteria del Pci, e Giuseppe Pisanu, all'epoca capo della segreteria di Zaccagnini, racconta l'"atroce dilemma" di fronte al quale si trovava il partito. Claudio Signorile, allora vicesegretario del Psi, spiega su cosa si basava l'iniziativa socialista: "Amnistia per un brigatista non coinvolto in fatti di sangue". L'altro dibattito di quei giorni riguarda la veridicità delle lettere di Moro: è davvero lui? Intanto, un mese dopo il sequestro, arriva il sesto comunicato Br: il "processo" è terminato con la condanna a morte. Sembra la parola definitiva, non lo è ancora.

Mobirise

18 APRILE
Diffusione del falso comunicato 7. Viene scoperta la base Br di via Gradoli a Roma.

19 APRILE
Il quotidiano “Lotta Continua” pubblica un appello a favore della trattativa, firmato da intellettuali cattolici e laici.

20 APRILE
Le Br inviano il vero comunicato numero 7 con la foto di Moro che tiene in mano una copia di Repubblica del 19 aprile. Propongono uno scambio di prigionieri: la Dc ha 48 ore di tempo per accettare. Intanto i brigatisti continuano a sparare: uccidono il maresciallo Francesco Di Cataldo a Milano.

Due misteri

Mobirise

Il comunicato numero 7 delle Br annuncia la morte di Aldo Moro (“mediante suicidio”). Il cadavere del presidente Dc, è scritto nel volantino, si trova nel lago della Duchessa, al confine tra Lazio e Abruzzo. Una grande operazione di ricerca delle forze dell’ordine non porta ad alcun risultato: quel comunicato infatti è un falso. Non è stato scritto dalle Br ma, si scoprirà, da un falsario in contatto con la Banda della Magliana. Perché? Intanto viene finalmente scoperto, in modo rocambolesco, il covo romano di via Gradoli. Ma ancora una volta i suoi inquilini, Mario Moretti e Barbara Balzerani, sfuggono alla cattura. Arriverà il vero comunicato numero 7, e sarà un ultimatum.

22 APRILE
Scade l'ultimatum. Appello di papa Paolo VI alle Br: “Vi prego in ginocchio, liberate Moro, senza condizioni”. Secondo appello di Kurt Waldheim, segretario generale dell’Onu.

24 APRILE
Le Br diffondono il comunicato numero 8 con i nomi dei 13 detenuti per i quali vogliono la scarcerazione in cambio della liberazione dell'ostaggio. Moro chiede funerali senza autorità dello Stato né uomini di partito.

30 APRILE
La famiglia Moro rivolge un ultimo appello con una lettera aperta alla Dc. Telefonata di Moretti a casa Moro: "Solo un intervento diretto, immediato, chiarificatore e preciso di Zaccagnini può modificare la situazione”.

Prove di trattative

È in corso il tentativo di contatto con i brigatisti avviato dal Partito Socialista. Lo racconta Lanfranco Pace, ex dirigente di Potere Operaio negli anni ’70, che con Franco Piperno incontra più volte Valerio Morucci e Adriana Faranda in pieno centro a Roma. Quando tutto sembra deciso, Mario Moretti tenta un’ultima carta e chiama la famiglia Moro dalla stazione Termini di Roma.

Mobirise

1 MAGGIO
Centinaia di migliaia di persone nelle piazze contro il terrorismo.

3 MAGGIO
Il governo ribadisce il no a qualsiasi trattativa.

4 MAGGIO
La Dc annuncia per il 9 maggio una riunione della direzione per convocare il Consiglio nazionale, come richiesto da Moro.

5 MAGGIO
Comunicato numero 9 delle Br: "Concludiamo la battaglia eseguendo la sentenza a cui Moro è stato condannato”.

L'addio

Mobirise

L’esecutivo Br comunica: Moro deve essere ucciso. Il condannato, consapevole della situazione di stallo sia a livello internazionale che nazionale, scrive le lettere d’addio ai familiari. I brigatisti scelgono le armi e chi deve sparare.

Recapitata il 5 maggio 1978

Mia dolcissima Noretta,
dopo un momento di esilissimo ottimismo, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo, al momento conclusivo.
(…)
Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del
Signore. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi
stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto tanto Luca) Anna Mario il piccolo non nato Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto.
Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta.

9 MAGGIO
Moro viene trovato morto in via Caetani. La famiglia chiede che sia rispettata la sua volontà: nessun funerale di Stato, nessuna cerimonia.

VIA CAETANI
Nel cuore di Roma, tra le sedi del partito della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista, i brigatisti lasciano la Renault 4 con il corpo di Aldo Moro.

Le interviste

Mobirise

Adriana Faranda

Intervistata da Ezio Mauro il 13 marzo del 2018

Mobirise

Giovanni Moro

Figlio di Aldo Moro intervistato da Ezio Mauro

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